Regime forfettario: Tutto quel che avresti sempre voluto sapere

Regime forfettario: Tutto quel che avresti sempre voluto sapere

Il regime forfettario conviene davvero? Quanti costi, tasse e contributi ci sono da affrontare? Devo rivolgermi a un commercialista o a un mago? Dubbi più che leciti al giorno d’oggi. Succede sempre più spesso che, terminati gli studi e conquistata la tanto agognata laurea, ci si ritrovi a confrontarsi col mondo del lavoro e la sempre più rara possibilità di essere assunti.

La partita iva con regime forfettario potrebbe essere la via “meno traumatica” per poter lavorare, scelta che spesso è obbligata per molti aspiranti professioni cui architetti, infermieri, fisioterapisti, social media manager, programmatori, etc,etc.

La lista sarebbe davvero infinita.

Riuscire a capirne qualcosa nella giungla della burocrazia italiana è praticamente impossibile, almeno agli inizi.

Ecco perché ho deciso di creare questa guida completa che spero possa esservi utile e farvi prendere decisioni corrette.

Ma andiamo con ordine.

Regime forfettario e regime dei minimi: cosa cambia?

Iniziamo col dire che il regime forfettario attuale è andato a sostituire il vecchio regime dei minimi, entrambi permettevano di ottenere delle agevolazioni fiscali ma di diversa entità.

Cosa è cambiato?

Prima, col regime dei minimi, era possibile “scaricare” alcuni costi dal totale dei ricavi.

“In che senso scaricare costi??”

Facciamo un esempio pratico.

Immaginiamo di essere Francesco, un giovane programmatore freelance che, ad esempio, acquista un computer portatile per la sua attività spendendo 1,000 euro. Nel regime dei minimi a fine anno i 1,000 euro andavano sottratti al reddito totale.

In questo caso se Francesco avesse fatturato durante l’anno 10,000 euro avrebbe dovuto sottrarre a tale cifra i 1,000 euro spesi per il computer.

Il guadagno è evidente, perché con questo regime fiscale Francesco non avrebbe pagato le tasse ed i contributi INPS sul reddito totale, ma solo sul netto. Ed i costi da poter scaricare sono diversi, e dipendono sostanzialmente dal tipo di attività svolta.

Cosa cambia col regime forfettario?

Questo nuovo regime agevolato differisce dal precedente perché non è possibile scaricare nessun costo, eccezion fatta per i contributi INPS (ne parleremo dopo).

Allora dove sta la convenienza del regime forfettario?

La convenienza è nel fatto che lo Stato riconosce determinate percentuali a titolo di costo sui cui non vengono calcolati contributi INPS e tasse. Percentuali appunto “Forfettarie” che stabiliscono il coefficiente di redditività.

“Ma che roba è il coefficiente di redditività??”

Vediamo un altro esempio :)

Martina è una social media manager agli inizi, e dopo qualche collaborazione occasionale decide di aprire una partita iva a regime forfettario. La prima cosa che le viene chiesta dal commercialista è l’attività che andrà a svolgere, indispensabile per identificare un codice ATECO.

Il codice ATECO, oltre a classificare l’attività lavorativa, fornisce la percentuale forfettaria cui saremo soggetti. Martina ad esempio potrebbe optare per il codice 73.11.02, “Conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari”.

In questo caso il suo coefficiente di redditività sarebbe del 78%.

Cosa vuol dire?

Semplicemente si assume che di tutto ciò che Martina guadagnerà, solo il 78% sarà reddito tassabile, il restante 22% verrà invece considerato “Forfettariamente” come costo.

A prescindere dal fatto che Martina abbia speso o meno soldi per la sua attività.

Potrebbe essere molto conveniente se Martina, durante il suo anno lavorativo, non sostenesse ingenti costi. In questo caso infatti il 22% forfettario sarebbe tutto guadagno netto per lei.

Infatti pagherebbe contributi INPS e tasse SOLO sul 78% del totale.

Non male eh?

Nel caso contrario, cioè se Martina dovesse spendere per la sua attività in computer, licenze software, carburanti o altro, il regime forfettario non sarebbe così conveniente.

Attenzione però, non tutti possono beneficiare del forfettario.

Ci sono alcuni requisiti per accedervi e restarvi, come attività svolte precedentemente ed un tetto massimo di fatturato, in ogni caso il sito dell’agenzia delle entrate è sempre aggiornato su questo argomento e può tornarvi molto utile.

Contributi INPS

I contributi previdenziali sono la più grande batosta per un giovane che decide di aprire una partita iva agevolata.

Ora ti spiego perché.

I contributi, come forse già saprai,  sono versamenti che facciamo all’istituto previdenziale per ricevere una ipotetica pensione in futuro. Ora, come abbiamo detto sopra, nel regime forfettario i contributi INPS si calcolano sul reddito forfettario e non sul totale. Questo è sicuramente un punto a favore.

Da considerare, dall’altra parte, c’è il fastidiosissimo sistema saldo – acconto.

“Che diavolo sarebbe?”

Secondo questo sistema, che vale anche per le tasse sul reddito, a partire dal secondo anno di attività saremo “costretti” dallo Stato a versare oltre alla percentuale di contributi dell’anno precedente anche un acconto del 100% sull’anno successivo.

Esatto, lo Stato in buona sostanza ti sta chiedendo di anticipare contributi e tasse su redditi che non hai ancora fatturato. L’anno successivo, ovviamente, ti verranno “scalati” i contributi versati come acconto l’anno prima ma dovrai comunque versare un nuovo acconto per il successivo anno. Come vedi è un sistema da cui non si può uscire se non a chiusura partita iva.

Da qui la grande difficoltà di riuscire a far quadrare i conti con una partita iva.

Il consiglio che possiamo darti è di tenere sempre da parte almeno il 40% di ciò che fatturi. In questo modo avrai un po’ di soldi in meno a disposizione ma non ti troverai ad affrontare brutte sorprese con il 730 dell’anno successivo.

I contributi INPS si versano in una percentuale che si aggira intorno al 25% ma variano a seconda di alcuni fattori, chiedi sempre al commercialista ma tieni conto che lo scostamento è minimo.

ATTENZIONE: Non tutte le tipologie di partita iva a regime forfettario versano i contributi in percentuale. Alcune, caso ad esempio di artigiani e commercianti, le versano anche in misura fissa, ciò significa che se decidete di dedicarvi a determinate attività potrete essere costretti a versare un tot di contributi pur non avendo fatturato un solo euro.

Tasse

Una volta versati i contributi toccherà alle tasse sul reddito. Nel regime forfettario, è bene ricordarlo, la tassazione è agevolata.

Non saremo tenuti a pagare l’IRPEF come accade per i dipendenti e partite iva ordinarie, ma all’imposta sostitutiva.

Questa imposta è agevolata ed è pari al 15% del reddito forfettario al netto dei contributi versati. La tassazione scende al 5% per i primi cinque anni di attività, nella cosiddetta fase di startup.

Anche qui però, purtroppo, ci troviamo ad affrontare il sistema del saldo acconto come per i contributi.

 

Costo del commercialista

Quando stiamo decidendo se aprire o meno una partita iva a regime forfettario non possiamo non considerare anche il costo del commercialista. Il professionista che ci seguirà per tutta la dichiarazione dei redditi ha un costo annuo che va dai 400 ai 700 euro.

Il regime forfettario conviene?

Adesso hai un bel po’ di elementi per valutare la possibilità di aprire o meno la partita iva. Il consiglio che possiamo darvi è di capire bene quanti soldi potrete fatturare durante l’anno, chiedere una consulenza ad un commercialista, e poi valutare con calma. Attualmente il regime forfettario è fra i più convenienti a livello di benefici, ma restano comunque molte problematiche che possono arrecarvi più di una scocciatura in futuro.

In bocca al lupo!

Usa le frecce per continuare

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